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Negli anni ’50 del Novecento, durante il primo dopo guerra, il paese di Monteprato di Nimis (il toponimo dell’antico abitato è “Karnica” e si pronuncia “Karniza”, che in lingua po’nasin significa valle o conca) contava un esiguo numero di abitanti: le condizioni disagiate, il clima rigido e l’indigenza avevano portato la maggior parte degli abitanti a lasciare la montagna natale. In quegli anni a Monteprato vi era una sola osteria, unico centro di aggregazione della vita sociale della comunità; proprio nell’osteria si discuteva sul fatto che nel paese non nascevano bambini, di conseguenza sarebbe venuto a mancare il ricambio generazionale che avrebbe portato la comunità all’“estinzione”. Una sera l’ostessa proprietaria dell’ambiente, sentite le solite lamentele riguardo la mancanza di giovani e che Monteprato era assicurato a fine certa, sbottò, accusando di “inutilità” gli avventori (tutti maschi) del locale; alcuni testimoniano che questa avesse detto, in lingua friulana, “che se avessero “adoperato” le proprie mogli con la stessa passione con cui adoperavano il bancone dell’osteria, al paese non sarebbero mai mancati bambini!”. Detto questo cacciò i clienti rimandandoli alle proprie abitazioni. La notizia dell’accaduto fece rapidamente il “giro” della piccola comunità.

Pochi giorni dopo un’anziana signora stava raccogliendo legna nei boschi circostanti Monteprato ed estraendo il ceppo di un albero reciso, ancorato al terreno, vide una radice prominente la cui forma aveva una curiosa somiglianza con un membro eretto. Fatta questa scoperta, la portò in paese dove l’anziano marito ne rifinì alcuni tratti per meglio marcare l’identità del soggetto. Questo ceppo venne subito portato da alcune donne, con gran trambusto, nella piazza del paese, per poi finire esposto proprio sul banco dell’osteria. L’intento era quello di schernire la virilità degli uomini, e per questo sarebbe rimasto a monito nel posto dove essi si ritrovavano quotidianamente.

Dopo questo curioso episodio, ne avvenne uno ancora più curioso: di lì a poco nacquero alcuni bambini maschi e per i successivi 23 anni a Monteprato nacquero solo bimbi maschi.

Fu così che agli inizi del 1970 i giovani Karniccen (si pronuncia “Karnizzen”), oramai raggiunta la maggior età e rientrati in paese dalle nazioni estere (dove erano andati in qualità di lavoratori emigranti) notarono la completa mancanza di donne coetanee. Allora discutendo fra di loro si ricordarono della storia sentita da fanciulli, di quella strana radice poi divenuta “totem”.

C’è da aggiungere, che negli anni, la fantasia popolare ha ricamato sulla vicenda: ricordo che a quei tempi si era soliti ritrovarsi alla sera presso il fôgolàr (quello che potrebbe essere indicato come il camino, o il luogo del fuoco, all’interno di un’abitazione) dove era in uso tramandare delle storie, reali o fantasiose, prima del momento di coricarsi. Qualcuno cominciò a raccontare che questo ceppo non fosse stato “ritrovato”, bensì intagliato e successivamente donato ad un’anziana signora da una popolazione di Salvadîs, ovvero uomini selvaggi che vivevano occasionalmente nei boschi circostanti. Non mancano descrizioni dettagliate di questi: si dice che fossero alti e muscolosi, molto atletici e particolarmente “ben dotati”; erano molto pelosi su tutto il corpo e portavano pelli di animale come abiti, abili cacciatori e di indole pacifica utilizzavano rudimentali strumenti di pietra ed osso. Non conoscevano il metallo, infatti i paesani utilizzavano strumenti di ferro (come coltelli o attrezzi da lavoro) come merce di scambio; in cambio i Salvadîs insegnavano loro nuove trappole, o mostravano dove trovare la selvaggina migliore. Le storie legate a questi ed altri personaggi “mitologici” sono molteplici e si perdono in un numero di infiniti aneddoti, che raccolti tutti riempirebbero un consistente volume.

Ma torniamo agli anni ’70. Alcuni giovani decisero di indagare sulla veridicità dell’accaduto, e scoprirono abbandonato in un solaio il leggendario fallo ligneo. Presi da spirito goliardico decisero di festeggiare il fatto di essere uomini, scegliendo la data del 2 Agosto; alcuni asseriscono che questa venne suggerita da alcuni Karniccen ritornati dalla Francia. Per l’assonanza di pronuncia che vi era fra il modo di portare i genitali all’interno dei calzoni della divisa dell’esercito napoleonico e questa particolare data del calendario, si diceva che fosse la giornata della virilità maschile. Tuttavia ricordo che in Francia non vi era alcun festeggiamento noto a riguardo.

I primi festeggiamenti si svolsero agli inizi degli anni ‘70, altro non erano che un ritrovo fra amici che si radunavano attorno ad un tavolo dell’osteria per desinare ed abbondare con il vino. La compagnia si portava a seguito il “totem” fallico, che veniva deposto sul bancone all’interno del locale attorniato da candele che venivano accese in loco. Successivamente, prima di deporlo nell’osteria da cui tutto era partito, i giovani cominciarono a portare il fallo ligneo in “processione”, spostandosi di paese in paese ed entrando in ogni osteria fino poco prima dell’alba. Ritornati a Monteprato, il fallo sfilava per le vie dell’abitato lungo un percorso marcato da fiaccole accese ed accompagnato dal suono delle campane e da canti goliardici. In queste occasioni qualcuno portava con se , legato ad una corda, un caprone; altri facevano atto di rispetto togliendosi il cappello ed inginocchiandosi. Questi caratteristici aspetti di iconografia profana suscitarono un crescente interesse da parte di un pubblico esterno ed anche del clero locale, il quale non tenne a tacere le proprie rimostranze.

Questi primi tentativi di ostruzionismo da parte della comunità ecclesiastica vennero interpretati come gesto di sfida ed ebbero in risposta una “processione fallica” che terminò con la deposizione del totem dinnanzi al duomo di Nimis. Questo gesto scatenò la furia dei “ben pensanti” e dei sacerdoti.

Nel 1977 la manifestazione divenne ufficialmente pubblica, con la stessa ritualità riscontrabile nelle edizioni odierne, ovvero:

La chiamata del colpo

La chiamata del colpo deriva dall’usanza di non poter consumare alcolici pubblicamente prima di un’ora precisa. Per questo motivo in paese, all’ultimo rintocco della campana che determinava l’inizio del periodo consentito, tutti i presenti preparavano i bicchieri, brindavano, trangugiavano il contenuto e battevano i vuoti sul bancone per inaugurare l’apertura della sagra. Questa operazione veniva diretta da un “Maestro di cerimonia” che coordinava i presenti (sembra che questa usanza venne introdotta da un sacerdote).

Erezione del Mr. 2 Agosto

Trattasi di una sfilata maschile assistita dal “Gran Celebrante”, il quale presenta al pubblico ed ai membri della giuria, rigorosamente femminile, tutti coloro che vogliano far esibizione del proprio machismo. Fino al 1998 l’uomo, sotto l’effetto del clima trasgressivo della festa, era libero di eccedere nel mostrarsi “in tutto il suo splendore”, tuttavia a causa di alcuni motivi di ordine pubblico, si è deciso di limitare la performance fino a solo l’intimo. Dopo varie esperienze si è deciso di premiare il vincitore con il “David”, simbolo della bellezza maschile dell’uomo del rinascimento.

Fiaccolata sexycomica

Denominata sexycomica per evitare diretti riferimenti all’iconografia cristiana, è il momento culminante della festa, quando il totem fallico viene estratto dal suo “antro” e portato in trionfo da delle Vestali in una processione propiziatoria . Circondato da fiaccole ed accompagnato da canti ed orazioni goliardiche coordinate dal Gran Celebrante, il “sacro fallo” viene portato non più all’antica osteria ma nel bosco da cui proviene, e qui deposto, originariamente in una capanna di frasche realizzata per l’occasione, mentre ai giorni nostri nella “pagoda” ad esso dedicata.

L’edizione del 1977 ebbe un discreto successo, il pubblico non autoctono era entusiasta e di lì a pochi anni la fama della Festa degli Uomini si sarebbe diffusa a macchia d’olio. Sfortunatamente, al termine di questa edizione, la radice originaria degli anni del dopo guerra fu trafugata dal luogo dove era deposta prima che l’organizzazione dell’ evento procedesse al consueto recupero. Mesi dopo, poco distante dal luogo del furto, vennero trovati i resti bruciati del totem. Da quanto emerso tempo dopo dagli autori del “rogo”, questo gesto venne commesso ad opera di alcune persone che ritenevano immorale la manifestazione e avevano agito sentendosi spinti a fare qualcosa, “autorizzati” dalle affermazioni dei sacerdoti del circondario e motivati dai loro ammonimenti durante l’omelia. L’intento era quello di eliminare l’idolo peccaminoso e porre fine a questa festa.

Pur privi della testimonianza originale di questa storia, i giovani non si persero d’animo e anzi, motivati da quel gesto costruirono un secondo fallo decisamente più grande, che venne intagliato con la stessa essenza lignea del primo e venne battezzato con il nome di “Mark 2” (un chiaro riferimento ad un grosso tipo di Missile). Il Modello Mark 2, per le sue esigenze di peso ed ingombro, venne montato su di una portantina, la cui foggia richiamava palesemente quella delle statue votive presenti nelle chiese; e la polemica continuava…

Arrivati agli anni ’80, la festa del 2 agosto continuava ad allargarsi, al punto tale che si decise di cominciare ad allestire un’area festeggiamenti che sino ad allora non esisteva, in quanto si impiegava la piccola piazza del paese. Oltre a questa novità ne arrivò un'altra: un compaesano sostenitore della manifestazione, soprannominato “Pisde”, donò un piccolo fabbricato di legno al comitato organizzatore per potervi lasciare tutto l’anno il fallo ligneo, in modo che i curiosi potessero venire ad ammirarlo. Ben presto all’interno della piccola casetta i visitatori iniziarono a lasciare dediche e firme. Visto il successo di questa piccola iniziativa, si decise di lasciare lì definitivamente il Mark 2 e rimpiazzarlo con un sostituto ancora più vistoso, quindi nel 1990 venne commissionato ad un noto scultore ed artista (tale Benedetti) un terzo fallo ligneo delle dimensioni di due metri. Sembra che l’artista non volesse firmare l’opera poiché si sentiva imbarazzato all’idea di poter essere collegato a questa, in quanto lavorava anche in ambiti religiosi; accettò di marchiare il fallo solo quando, al momento di ricevere il compenso, venne pesantemente ubriacato dai committenti. Questo spiega perché la sua firma risulta essere incerta e traballante... Il terzo fallo ricevette il nome popolare di “il Santo”; questo nomignolo gli venne attribuito dalle persone che frequentavano la festa. Viste le accese polemiche con il clero si vociferava scherzosamente che il fallo ligneo avesse “poteri sovrannaturali” e vi fosse un culto religioso ad esso dedicato. Sempre in quell’anno ritornò in paese dal Belgio Vittorio Di Betta, detto “Viktor”, un uomo che nonostante le umili origini sviluppò una notevole cultura. La presenza di Viktor si fece presto sentire. Egli, mettendo a disposizione il suo talento per la scultura e la pittura, cominciò a decorare la casetta nel bosco battezzandola “Pagoda di El Bigâr”; inoltre decise di introdurre la figura di Priapo all’interno della festa, in memoria dei culti passati, assicurando un nuovo futuro alla canonicità dell’evento.

Nel ’91, a seguito di un servizio televisivo ad opera di Roberto De Agostini sulla singolarità della festa, un cronista sportivo di un emittente locale, incuriosito, venne a trovarci per la prima volta. Si trattava di Andrea Butturini (quattro lauree e leggendario Gran Celebrante dal 1992 al 2008), il quale innamoratosi della manifestazione portò una travolgente ventata goliardica nel repertorio ormai già ben nutrito della fiaccolata sexycomica, attirando l’attenzione dei media.

Nel ’94, ad opera di Viktor e Demez, venne scolpito ed eretto un totem fallico dell’altezza di quattro metri, mentre alla fine di quell’anno il comitato organizzatore decise di fondare un’associazione senza scopo di lucro legalmente riconosciuta, il “M.A.S.C.K.” (acronimo di Monteprato associazione sportiva culturale “Karnize”). Questo passo, fatto semplicemente per regolarizzare la posizione di un comitato che gestiva un evento di una portata ben al di sopra di una consueta festa di paese, risultò particolarmente utile in quanto da quel momento esiste un organismo legalmente riconosciuto “a difesa” della comunità e delle sue tradizioni. La notizia di un pene di quattro metri di altezza rimbalzò presto in giro, portando la comunità al centro di una nuova bufera mediatica che attribuiva alla festa un manto di indecenza. La nuova polemica continuò fino agli inizi del 2000, raggiungendo il suo apice fra il ’97 ed il ’98, quando numerosi quotidiani, riviste ed emittenti televisive si interessarono all’unicità della festa ed alle polemiche suscitate dalle autorità locali e dalla curia arcivescovile. I molteplici i tentativi di arrestare l’evento da parte di questi ultimi due provocarono esattamente l’effetto contrario a quello desiderato: la propaganda negativa altro non fece che incuriosire una larga fetta di pubblico, che sino a quel momento non si era mai interessata alla festa del 2 agosto.

Nel corso degli anni è stata riconosciuta alla popolazione di Monteprato la paternità della Festa degli uomini in Europa, in quanto la prima ed unica manifestazione del genere in tutto il continente. Dino Coltro, autore di numerosi volumi, a seguito dei suoi lavori di ricerca sostiene, nell’opera titolata “Parole perdute” del 1995, che l’esistenza della festa stessa è attribuibile esclusivamente alla comunità di Monteprato di Nimis, epicentro ed origine di questa. Questo paese di montagna è divenuto nel tempo meta di numerosi visitatori da tutto il mondo, tra cui citiamo Viktoria Silversted, nota show-girl che ha realizzato un servizio per una emittente televisiva britannica, e l’antropologo e studioso Morandini Stefano, il quale ha svolto numerose ricerche sia sulle origini della festa che sulla particolarità delle nostre usanze nel corso degli anni, il tutto successivamente concentrato nell’articolo titolato “Monteprato/Karnica in equilibrio sul Plaiùl”. Ricordiamo anche il noto compositore Ugo Scamarcio, che ci ha visitati nell’edizione 2014, il quale ispirato dalla festa ha composto una canzone dedicata ad essa, intitolata “Priapus dance”.

Fra gli aneddoti più curiosi ricordo che durante le prime edizioni della festa era proibita la presenza di donne, regola subito annullata. Nel 1998 vi fu un secondo furto del “Santo” a pochi mesi dalla festa. Visto l’accaduto l’associazione “Karnize” pubblicò degli annunci sui quotidiani e fissò una ricompensa di un milione di lire per chiunque avesse fornito un contribuito al ritrovamento dello stesso. A distanza di una decina di giorni venne effettuata una telefonata anonima alle ore 21.00 presso l’osteria del paese sottostante Monteprato; l’anonimo disse che il fallo era stato abbandonato poco prima nei pressi del rio Montana, sulla strada asfaltata che conduceva da Vallemontana a Monteprato, e si scusava per la sua bravata. Quest’ultimo episodio ha portato ad adottare un protocollo di sicurezza, difatti, da quella volta, il Santo non viene lasciato esposto tutto l’anno: al termine della manifestazione viene trasferito in una località segreta, la cui ubicazione è nota solo ad alcuni membri del M.A.S.C.K., e qui custodito sotto chiave. I nostri ospiti, provenienti dalla British Columbia, chiamano il Santo con il nome di “Saint Richard”, poiché il diminutivo di Richard è “dick”, ovvero…

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